Un viaggio nella storia e nelle vicende della Calabria



«Piccole storie di periferia» è il titolo dell’ultimo lavoro di mons. Luigi Renzo, vescovo di Mileto - Nicotera - Tropea, pubblicato dalla Rubbettino. 
Un’antologia, così come spiega lo stesso autore, che scaturisce non da «un senso di nostalgia, o una specie di rifugio nel passato» ma trae origine «lungo alcuni percorsi della storia e delle vicende della Calabria, ma solo il gusto e il desiderio innato di rivisitare luoghi, situazioni umane, eccellenze culturali, punti focali di un vissuto plurimillenario degno di memoria, selezionando alcune “piccole storie di periferia”». Questo libro non è un viaggio di ritorno verso un passato nostalgico (più o meno recente) ma il proposito di voler far riaffiorare alla mente attraverso la puntuale descrizione delle persone e dei luoghi un vissuto che per taluni aspetti ha radici antiche e ancora oggi esprime indubbia validità. Nel viaggio ideale che il nostro autore ci fa compiere viene mostrata una Calabria ricca di curiosità e particolari; attraverso la sua penna egli riesce a trasmettere quelle sfumature che sono necessarie per capire approfonditamente la Calabria: regione dai mille volti che ha un aspetto sicuramente diverso da quello trasmesso dai mass media. Nella prefazione affidata al vaticanista Rai, il calabrese Enzo Romeo, è evidenziato come quel richiamo di Papa Francesco alle periferie esistenziali (di cui spesso oggi grazie al Pontefice si sente parlare) nella vita dei calabresi trovano riscontro reale; la Calabria è innanzitutto crocevia delle diverse civiltà che nel tempo ne hanno segnato il carattere. Tra la storia e l'attualità si delinea, attraverso il raccontare di mons. Renzo, quel filo conduttore che per il cristiano ha come fulcro la visione di fede che è anche parte del Dna della maggior parte dei calabresi. In questo libro si scorge inoltre quel faticoso lavoro del Pastore che quotidianamente incontra i tanti fedeli ed è chiamato ad ascoltarli per portare il conforto umano e cristiano. In Calabria tante persone trovano nella Chiesa spesso l'unico punto di riferimento certo. Attraverso la storia e le storie si può intravedere quel profondo bisogno di risposte concrete che hanno la loro radice in una riflessione interiorizzata e la proposta che ne scaturisce dai 44 racconti. Il Vescovo pensando al suo popolo cerca allora di usare tutti gli strumenti per riscattare la sua gente. La lettura delle pagine di mons. Milito aiuta a sperare in una Calabria migliore che ha tanto da offrire. Si comprende allora il ruolo dell'intellettuale che non vive con distacco i problemi della società ma attraverso l’attività speculativa fa emergere la visione e le soluzioni, con il peculiare «valore aggiunto» proveniente da coloro che oltre ad essere profondi conoscitori della propria terra sono anche ispirati ai valori imperituri del Vangelo. 
Monsignor Renzo vuole mostrare la Calabria così com’è, offrendo però una prospettiva di speranza. La Calabria che è uno scrigno ricco di tante cose belle (la natura, il mare che bacia tutta la regione, il patrimonio storico e culturale presente in questo territorio) ma non mancano però grandi contraddizioni e gravi ritardi. L'autore parla al cuore e con il cuore a tutti coloro che vorranno trarre da queste pagine quella speranza indispensabile per realizzare una Calabria migliore. 

Umberto Tarsitano 
Avvenire 17/03/2016

Dal centro di recupero all’ex lager fascista per non dimenticare


Le “vie di Cracovia” si sono incrociate con quelle dei tanti giovani della Chiesa di San Marco Argentano-Scalea in Calabria. In occasione del pellegrinaggio “Sulle strade di Cracovia”, lo scorso giugno il Servizio di pastorale giovanile della diocesi calabrese, insieme ai suoi giovani, ha accolto con gioia ed entusiasmo la croce di san Damiano e la Madonna di Loreto. L’iniziativa ha fatto tappa nei luoghi simbolo della sofferenza, della rieducazione alla vita e della spiritualità quali il centro di accoglienza per tossicodipendenti “L’Ulivo” di Tortora, la casa di cura “Tricarico” e il convento di San Daniele a Belvedere Marittimo, il Seminario diocesano di San Marco Argentano e il campo di concentramento di Ferramonti a Tarsia. «È stato davvero emozionante – racconta Iole – poter assistere alla semplicità e il senso di fiducia e di abbandono che si leggeva nel volto dei giovani del centro ex-tossicodipendenti, durante la visita delle due effigie». Così come per Antonio il pellegrinaggio ha portato nella sua vita una ventata di serenità. «Queste due immagini e la loro incredibile carica d’amore mi hanno riempito di forza durante il faticoso cammino a piedi, una forza chenon pensavo di possedere, privandomi delle forze fisiche e donandomi, però, una carica spirituale immensa. Portare le icone per le strade della mia comunità mi ha fatto comprendere che il cammino della nostra esistenza, seppur faticoso e pesante, come portare la croce, è sempre ricco di belle sorprese e momenti di gioia». I giovani sono stati i testimoni di quanti si avvicinavano con semplicità a questa proposta: giovani, bambini, anziani, malati, disoccupati hanno affidato alla croce di san Damiano e alla Madonna di Loreto le loro gioie, le loro sofferenze, le loro speranze, desiderosi di quell’abbraccio e di quelle carezze che solo un Padre e una Madre sanno donare. Il pellegrinaggio si è concluso con la consegna della croce e dell’icona ai giovani dell’arcidiocesi confinante, quella di Rossano-Cariati, dopo la celebrazione della Messa nel campo di concentramento di Ferramonti di Tarsia presieduta dal vescovo Leonardo Bonanno. Il luogo scelto da don Francesco Lauria, responsabile del Servizio diocesano di pastorale giovanile, ha richiamato alla memoria la terra polacca segnata durante la seconda Guerra mondiale dalla ferita indelebile dei campi di concentramento e sterminio. 

Umberto Tarsitano

  Dal centro di recupero all’ex lager fascista per non dimenticare - Avvenire

Una proposta per i nostri centri storici: Le meridiane solari una «scienza e arte» del tempo e del sole


I quadranti o gli orologi solari, quelli che oggi sono chiamate «meridiane», sono strumenti con i quali il trascorrere del tempo è misurato attraverso il movimento del sole e delle ombre, mutevoli nei giorni e durante l’anno. In Italia ve ne sono di diversi tipi, di varie dimensioni e materiali, è uno dei paesi in Europa e nel mondo con il maggior numero, ne sono stati censiti dodicimila. Orologi solari con quadranti ad emisfera, quadranti a sfera, quadranti equatoriali, quadranti su superficie orizzontali e quadranti con superficie verticale. Una «scienza e arte» del tempo e del sole, un modo diverso di concepire l’orologio, fuori degli schemi attuali della concezione meccanica e mentale della misurazione del tempo. Per molti nostri comuni, che oggi non hanno un itinerario turistico all’aria aperta, potrebbe diventare un percorso affascinante, quello degli orologi solari. Un modo originale per offrire ai turisti una proposta culturale che è strettamente connessa con l’amore verso la natura attraverso il fascino del tempo che se da un verso «cancella tutto – omnia solvit», dall’altro ci offre attraverso i percorsi della memoria garanzie per il futuro. Nella provincia di Cosenza, si possono ammirare sei orologi solari di cui tre sono situati nella Città dei Bruzi. A Cosenza a Portapiana presso l’ex Convento di Santa Maria delle Grazie vi sono tre orologi solari: sulla parete ovest del chiostro, sulla parete sud, e sulla parete est. A Belvedere Marittimo presso il Convento dei Cappuccini è collocato fra due finestre del chiostro. A Cassano Ionio è ubicato presso la Cattedrale. A Rossano in Piazza Cavour vi è la torre con l’orologio meccanico. Molti di questi orologi solari, nei borghi della nostra provincia sono conservati solo nei ricordi d’infanzia. Opere costruite non da scienziati bensì da qualche ingegnoso artigiano. Costruiti, dall’uomo per mettere in relazione e contrassegnare i ritmi e gli avvenimenti della vita con fenomeni esterni di tipo ciclico, come il sorgere del sole o il cambio delle stagioni. Un pezzo di metallo, piantato nel muro, esposto ad una determinata longitudine e latitudine, interagisce con il sole che muta posizione durante la giornata e durante l’anno: l’ombra riflessa del pezzo di metallo diventa così la lancetta che segna il tempo. L’orologeria meccanica ha messo da parte da un punto di vista pratico l’uso della scienza e tecnica del «cielo e della terra». L’orologio solare, ha una bellezza in sé anche se poco pratica poiché non funziona di notte quando le nubi occupano il posto del sole. Oggi assistiamo ad una sorte di rinascita degli orologi solari anche perché grazie all’ausilio della strumentazione informatica è più semplice elaborare i calcoli di posizione. Gli orologi solari possono essere definiti i precursori degli elaboratori, delle macchine, le più raffinate per calcolare il tempo. L’orologio solare «si muove silenzioso», senza alcun consumo energetico ma secondo precise leggi astronomiche dettate solo dal sole. E’ uno strumento, perfettamente inutile per il nostro modo di vivere, ma guardare la «meridiana» in una giornata primaverile o estiva aiuta a comprendere l’armonia perfetta tra il cielo e la terra. 
Umberto Tarsitano

Quando i «piccoli italiani» del sud venivano venduti


«La tratta dei fanciulli: pagine del problema sociale in Italia» romanzo del 1850 di Giuseppe Guerzoni, principale biografo e segretario di Garibaldi, ripercorre, secondo Roberto Mazzei che recentemente ne ha curato la ristampa, quel «dramma sociale sofferto in maggior misura dalle popolazioni dell’Italia meridionale nella seconda metà dell’Ottocento: la tratta dei minori che dalle zone più remote della Calabria venivano venduti in Francia ed addestrati all’accattonaggio in condizioni pessime, al limite della sopravvivenza». 
Romanzo che nella sua prima parte è ambientato in una contrada di Lattarico in Calabria, conosciuta dall’autore durante la spedizione dei Mille. Un lavoro letterario che è «a metà strada fra la denuncia sociale e la pedagogia popolare». Guerzoni si impegnò in modo convinto in Parlamento fino a risolvere il grave dramma della tratta dei fanciulli e «illustrò con dovizia di particolare i metodi di reclutamento dei fanciulli, i quali, ceduti con regolare contratto dai genitori nelle terre lucane e calabresi, venivano condotti principalmente in Francia ed in Inghilterra, dove una società ben organizzata li attendeva per avviarli all’accattonaggio. I fanciulli erano costretti a campare suonando vari strumenti musicali, ma i relativi guadagni giornalieri entravano subito nelle mani del mercante che li aveva “affittati” per un periodo di tempo variabile da uno a tre anni. Tali accordi prevedevano la locazione dei fanciulli per un periodo determinato, mediante il pagamento di una somma annua, oppure di una somma fissata e pagata precedentemente per tutta la durata dell’ingaggio. Era anche stabilito che, terminato il periodo di affitto, il padrone dovesse farsi carico delle spese di viaggio per il rimpatrio, ma spesso ciò non accadeva e di molti ragazzi si perdevano, purtroppo, le tracce. Molti di loro finivano col delinquere e, nel caso delle ragazze, la loro sorte era la prostituzione per strada. Soprattutto in Francia la situazione sembrava sfuggire di mano alle stesse autorità, che non riuscivano ad arginare il fenomeno nonostante l’esistenza di norme come, ad esempio, il decreto del prefetto di polizia del 1863 che vietava a saltimbanchi, suonatori e musici ambulanti di farsi accompagnare da fanciulli di età minore ai sedici anni. Difatti, subito dopo l’arresto e la comunicazione al consolato italiano, sopraggiungeva il padrone che, reclamando il ragazzo, ne otteneva il rilascio, mentre lo sventurato avrebbe dovuto poi ripagare l’esborso monetario con l’aumento di lavoro. L’indice di mortalità di questi piccoli emigranti, denominati petits italiens, era molto alta; infatti, secondo il citato rapporto della Società Italiana di Beneficenza, su 100 ragazzi che abbandonavano i loro paesi, solo 20 ritornavano alle loro case, 30 si stabilivano altrove e 50 soccombevano alle malattie e ai maltrattamenti».

Cittadini di twitter, come cambia la comunicazione





La comunicazione istituzionale in pochissimo tempo si è profondamente trasformata grazie all’uso dei social network. Non bastano più gli uffici stampa che inviano i comunicati alle agenzie ed ai giornalisti; oggi il contatto tra la notizia e i cittadini è sempre più immediato e diretto. 
Il primo giornale che si occupa in modo completo della rivoluzione comunicativa in atto è Cittadini di Twitter (account Twitter: @CittadinidiTwtt) e ha come obiettivo quello di monitorare ciò che accade in Italia per ciò che concerne il mondo dei social network e la comunicazione pubblica. 
Cittadini di Twitter in pochissimo tempo è diventato uno dei giornali web punto di riferimento per gli operatori della nuova comunicazione pubblica e privata ed anche una piattaforma di informazione utile per coloro che da semplici cittadini – fruitori ne vogliono comprendere a fondo le potenzialità attraverso un corretto uso dei social media, poiché  questo è un  settore in continua crescita ed evoluzione. Cittadini di Twitter è diretto da Francesco Di Costanzo, giornalista e autore dei libri “Cittadini di Twitter” (Indiscreto-Stefano Olivari Editore, 2012), “Comune di Twitter” (Anci Toscana, 2013) e WhatsApp in città?. La redazione online ha un team di giornalisti e comunicatori esperti della comunicazione social. Sono diverse le tematiche approfondite: dal lavoro allo sport, dalla cultura alla scuola, dall’enogastronomia al turismo, dalla sanità all’innovazione, dalla politica ai servizi pubblici, dalla ricerca al volontariato, dalla pubblica amministrazione alla protezione civile e alla moda.

Aisthema, la prima free press europea di ricerca filosofica


E’ stato pubblicato e reso disponibile alla lettura libera, il Vol 2 (2015) di Aisthema, la prima rivista internazionale che promuove la ricerca filosofica anche per mezzo della diffusione di testi che pur consacrati a problemi classici o contemporanei sanno comunque guardare oltre i rigidi steccati accademici, alla commistione ed all’ incrocio di saperi, metodologie e linguaggi diversificati, in primis a quello teologico. Aisthema si indirizza a ricercatori, docenti, persone e soggetti interessati a problematiche di natura filosofica e teologica. Pubblica articoli inediti che rispondono a criteri di scientificità, originalità e profondità ed è diffusa, sotto forma di numeri raccolti in volumi, gratuitamente e senza restrizioni in accordo con i principi della Dichiarazione di Berlino: accesso aperto alla conoscenza, massima disseminazione e visibilità sul web per la ricerca scientifica, diffusione pubblica dei risultati delle ricerche. Di essa sono anche previsti numeri monografici; grazie alla collaborazione con l’International Network of the UNESCO Chair in Bioethics un fascicolo annuale sarà dedicato a tematiche afferenti alla Bioetica. Una rivista scientifica dunque che, pur nascendo nel contesto della Universitas, al di là di ogni autoreferenzialismo vuole confrontarsi in franchezza, indipendenza e libertà con nuove forme e con altri “luoghi” di elaborazione teorica, non necessariamente “canonici” ed istituzionali.

«La forza degli eventi»: narrando il Novecento






«La forza degli eventi» è il titolo del libro di Gabriele Talarico, Falco editore, che narra la “sua” Prima Repubblica in un Italia composta da piccole realtà che non sempre trovano spazio tra i protagonisti della storia ufficiale. 
Intrecciando fatti di vita di persone «normali» il nostro autore riesce a far ripercorrere il recente passato, dal dopoguerra fino agli anni Ottanta, attraverso un crescendo e toccando quelle corde emotive che scaturiscono dal ricordo di esistenze sovente vissute nella precarietà, semplice e dignitosa, ma al tempo stesso, ricche di intensità. Talarico riesce a raccontare, attraverso il personaggio Lidia, quel grande dramma dell’emigrazione verso l’America degli anni Quaranta e Cinquanta; soluzione per gli italiani e le italiane che vivevano, specialmente al Sud, in una povertà disperata e succubi di coloro che erano riusciti ad impadronirsi dall’Ottocento in poi dei vasti appezzamenti terreni, e da loro stessi poi venivano affidati a braccianti che non possedevano altro che le proprie braccia e quelle della numerosa prole. 
Le ragazze spesso piegando il capo, a causa della disperazione e della fame, spinti dagli stessi genitori, sposavano «per procura» sconosciuti che oltreoceano non coincidevano con le fotografie ricevute, e spesso queste giovani donne, innamorate solo di un’idea che dischiudeva loro il sogno americano, si imbattevano in matrimoni con storpi e vecchi. Erano le stesse ragazze e ragazzi del dopoguerra cantate nel 1956 da Renato Carosone nella famosa canzone Tu vuò fa l'americano: «Comme te po' capì chi te vò bene/ si tu le parle ‘mmiezzo americano?/ Quando se fa l'ammore sotto 'a luna/ come te vene 'capa e di: i love you!?». Era la terribile emigrazione forzata delle figlie dei contadini e dei nullatenenti: un dramma che dovrebbe far riflettere, ancor di più oggi poiché il tema dell’immigrazione accende appassionati dibattiti tra chi ha dimenticato ed è intollerante verso coloro che approdano oggi con drammatica disperazione sulle nostre coste.
Gli italiani e le italiane con la valigia di cartone non dovrebbero mai dimenticare quando eravamo noi i passeggeri delle «navi della speranza». Gabriele Talarico racconta anche la successiva l’emigrazione verso le città industriali dal Meridione negli anni Sessanta e Settanta intrecciandola con il periodo delle Brigate Rosse fino al drammatico rapimento dello statista Aldo Moro. L’autore de «La forza degli eventi», attingendo dai ricordi e dalla voce di un padre malato e ormai alla fine della vita che consegna il testimone al figlio, con realismo riesce a far rivivere tanti fatti salienti che hanno caratterizzato il secolo appena trascorso.